venerdì 16 ottobre 2009
Ancora una volta
"Quello che avevo da dire l'ho detto, quello che potevate ascoltare avete ascoltato.
Ora me ne resterò seduto su questo sasso a riposare"
E chiuse gli occhi.
I suoi seguaci, ormai divenuti una folla immensa, non accennarono ad alzarsi e, anzi, in un impeto di imitazione di quel personaggio che ritenevano tanto illuminato
chiusero gli occhi anche loro e - nello spazio di un respiro - passarono mille anni.
E poi altri mille.
lunedì 2 marzo 2009
Dialogo tra Il Vecchio e un non più giovane
- Ciao
- Salute a te, uomo.
- Ci conosciamo?
- Tu sei il mio avatar umano.
- Già. E tu sei il Vecchio. Mi sono sempre chiesto perché mi chiami così. L'avatar è un personaggio virtuale, inventato e manovrato da una persona reale. Tu sei un personaggio di fantasia, io una persona reale. Eppure mi chiami il tuo “avatar umano”...
- Uomo, vedo che sei ancora immerso nella statica logica aristotelica. Se A è uguale a B e B è uguale a C, allora A è uguale a C; se A è diverso da B e B è uguale a C, allora A è diverso da C.
La verità, come dicono i Wu Ming, è che le storie sopravvivono molto più a lungo dei loro supporti materiali. Io sono una storia. E ti ho utilizzato come supporto per sopravvivere. Ma ti ho chiamato “avatar umano” e non “supporto umano” per sottolineare il rapporto tra noi: mai ti venga in mente di pensare che, dei due, sia io il personaggio di fantasia. Piuttosto, è vero il contrario: tu sei il mio avatar!
- Insomma “Il Vecchio c'è sempre stato”, come recita il tuo profilo.
- E ha vissuto tutte le esperienze possibili.
- …
- Senti, avatar, devo farti un discorso. Un discorso diverso da quelli della montagna.
- ...?
- Come vedi, le cose che il Vecchio diceva si stanno avverando: la frantumazione della sinistra, anche di quella riformista; la crescita del partito di Di Pietro come unica – ancorché sterile – opposizione al berlusconismo. Presto si avvererà anche l'ultima previsione.
- Cioé?
- Cioè, la divisione del fronte berlusconiano e la fondazione della Terza Repubblica, basata sulla competizione tra due schieramenti, entrambi post-berlusconiani.
- Come in Argentina, dove si sono divisi tra peronisti di destra e peronisti di sinistra?
- Grosso modo. Con la differenza che non si parlerà di destra-sinistra ma di unità nazionale e di divisione territoriale del vostro Paese.
- Vebbeh – Vecchio – queste cose le hai già dette. Mi dici perché mi hai voluto incontrare?
- Per salutarti. Il Vecchio se ne va.
- Vai a farti uno di quei viaggetti da diecimila anni e torni tra un quarto d'ora?
- No. Il Vecchio se ne va. Per sempre.
- Ma come “per sempre”?!? Il Vecchio esiste da sempre, come fa ad andarsene “per sempre”? E poi, perché?
- Sbagli uomo. Il Vecchio “non esiste” da sempre. Nel mondo del Vecchio, la distinzione tra essere e non essere è priva di senso.
- Capisco, è la tua logica non-aristotelica...
- E' la non-logica non-aristotelica del Vecchio.
- …
- …
- Sì, ma perché te ne vai per sempre?
- Vedi uomo, il Vecchio pensava di stare da una parte a parlare con chi avesse voglia di ascoltarlo. Pensa che una volta, per farsi ascoltare, il Vecchio ha dovuto tenere un discorso a un cactus!
- Sì, l'ho letto...cioè, l'ho scritto.
- Ebbene, il Vecchio se ne starebbe volentieri a tenere discorsi a cactus, formiche, uomini, donne, …
- Ricordi quando il Vecchio andò a Capalbio?
- E come no? Che c'erano tutti quegli Anton: Anton-Walter, Anton-Silvio …
- E ricordi che il Vecchio rinunciò a tenere il suo “Discorso della duna?”
- Già, ma perché poi?
- Non tutte le cose hanno un perché.
Quello che il Vecchio può dirti è che si è reso conto di essere obsoleto e che i suoi tempi sono finiti.
- Ah sì?
- Sì.
- …
- Vedi. Un tempo i vecchi sedevano su di una panchina a guardar il mondo, a ricordare le loro gesta, a dispensare consigli ai più giovani che mandavano avanti il mondo...
Invece, oggi sono i vecchi a mandare avanti il mondo e, non solo i giovani, ma anche i non più giovani come te, sono tutti tenuti ai margini della vita economica, politica e culturale.
- Vecchio, che fai, metti il dito nella piaga?
- No uomo, il Vecchio non intendeva esasperarti. Quello che vuole dire è che la natura fa il suo corso. I vivi piangono i morti, dal bruco nasce la farfalla...
- E dall'uovo la gallina! Vecchio, ora ricicli anche i proverbi?
- Non essere impertinente e ascoltami ancora, poi ti lascerò in pace.
- Scusa.
- Mi dispiace per te, perché ti trovavo comodo come supporto materiale. E in fondo mi sei anche simpatico. Purtroppo, non c'è molto che tu possa fare. E' in pericolo il futuro del tuo Paese, la società in cui vivi è totalmente incentrata sul proprio ombelico, incapace di guardare avanti, di progettare un futuro.
Un tempo i figli erano la cosa più importante, ora sono utilizzati solo per avere qualcuno su cui comandare, su cui imporre la propria volontà...
- Conosco la situazione, credo che però, dopo tutto quello che ho fatto per te, una risposta alla mia domanda me la devi, no?
Perché te ne vai?
- Il vecchio se ne va, perché non vuole avere nulla a che spartire con questi altri vecchi, non vuole essere confuso con uno di loro.
- E dove te ne vai?
- Il Vecchio torna da dove è venuto.
- Ma tornerai?
- Chissà. Forse un giorno il Vecchio troverà un altro supporto materiale tramite cui farsi raccontare. Ma, questi, non sono i tempi per il Vecchio.
Addio uomo, e cerca di non fare troppe cazzate!
- Tenterò.
Addio Vecchio. Mi mancherai.
Il Vecchio si alzò dalla panchina appoggiandosi faticosamente al proprio bastone e lentamente s'incamminò lungo la strada.
Scomparve all'orizzonte senza voltarsi.
Il Vecchio
martedì 29 luglio 2008
Il Vecchio a Capalbio
Capì che la pancetta era un problema.
Invece fu costretto ad accorgersene quando vide chiaramente che gli esemplari più giovani – indifferentemente di sesso maschile e femminile – della specie del homo italicus berlusconizzatus lo evitavano e distoglievano il guardo da lui.
Nella sua seraficità fu indotto a rivivere – dopo tempo immemore – un’emozione che per certi versi può ricordare quella che noi chiamiamo vergogna, quando una giovane madre richiamò il proprio bimbo che era stato attratto dalla lunga e lucente barba d’argento del Vecchio.
- Torna qui Anton-Walter – diceva la smilza genitrice – se ti ostini a frequentare vecchi panzoni non riuscirai mai ad essere eletto come Primo Atleta della palestra.
In effetti, la spiaggia era piena di pretendenti al ruolo di Primo Atleta della palestra più fighetta del Tirreno. C’era Anton-Francesco con la sua bella moglie Barbarella. Anche lui aveva concorso in passato per il posto da sublime rappresentante, facendosi battere dall’eterno Anton-Silvio, tuttora – e di nuovo – in carica.
Con Anton-Walter, Anton-Francesco aveva anche giocato a “Ruzzica”: uno strambo gioco, di origine romana, da cui il famoso “ma che stamo a giocà a Ruzzica?”. Il gioco consisteva in questo: mentre uno dei due si faceva eleggere Delegato della Sala Pesi – la sala più grande di tutta la palestra – l’altro correva per la carica di Primo Atleta. Così fù che, da Delegato della Sala Pesi, Anton-Francesco si candidò come Primo Atleta, lasciando che Anton-Walter lo sostituisse alla Sala Pesi. Il turno successivo, si scambiavano i ruoli: ora toccava ad Anton-Walter correre come Primo Atleta, mentre Anton-Francesco tentava di riprendersi il posto di Delegato della Sala Pesi. Il gioco si interruppe quando entrambi fallirono il loro obiettivo, lasciando i loro posti, rispettivamente, ad Anton-Silvio e Anton-Gianni.
I due, come tutti i bambini che si rispettano, accusarono di sabotaggio Anton-Fausto, uno che se ne stava lì col sigaro in bocca e il cahemire addosso che, pur non avendo partecipato alla Ruzzica, era evidentemente estraneo alla dinamica del gioco; e quindi non c’entrava niente.
Il Vecchio si guardò di nuovo la pancetta e la trovò tenera e simpatica. Ebbe la tentazione di fare un “Discorso della Duna” ma ci ripensò. Gli avevano detto che a Capalbio avrebbe trovato qualcuno qualificato con cui parlare. - Ci sono uomini potenti: politici, amministratori, intellettuali, critici, dirigenti e industriali, perché non vai lì a tenere i tuoi Discorsi della Montagna? – dicevano.
Invece non trovò che vecchi come lui che, invece di coltivarsi sanamente la lunga barba continuavano a giocare a “Ruzzica” e altri ameni giochi. Tutti fingendo di essere giovani e tirandosi dentro la pancia, compreso quell’Anton-Giulio, per ben sette volte aveva vinto il titolo di Primo Atleta e che, scommetteva il Vecchio, era ancora più vecchio di lui.
L’acqua gli massaggiava la pianta dei piedi mentre camminava verso il sole ormai al tramonto.
lunedì 30 giugno 2008
Il Vecchio scese dal sedile posteriore della Jaguar
Il Vecchio scese dal sedile posteriore della Jaguar.
Erano le quattro, all’autista sudato che gli teneva aperta la porta disse di attenderlo, che sarebbe tornato dopo mezz’ora.
Lasciò i sandali sull’asfalto assolato e si diresse a piedi nudi verso il deserto.
L’autista osservava la figura del Vecchio rimpicciolirsi lentamente all’orizzonte. Alle quattro e ventinove minuti lo vide scomparire in lontananza e si convinse che la sua attesa sarebbe durata molto più di mezz’ora.
Il Vecchio camminava godendo del calore che il terreno arso dal sole trasmetteva ai suoi piedi.
Un passo dopo l’altro, metro dopo metro, il suo viaggio lo portò lontano. Molto lontano.
Dalle sue orme, veloci come un raggio di sole, crescevano folte macchie d’erba e, man mano che il Vecchio procedeva, lasciava dietro di sé una scia di verde fiorito e rigoglioso.
Il tempo volse al peggio e scese la pioggia. Il Vecchio continuava, fermo nel passo, a caminare soave, l’acqua cadeva dal cielo ma non lo bagnava. Il vento fischiava forte ma, al momento di lambire il vecchio, d’un tratto cadeva, lasciandolo libero di mantere il suo ascetico passo.
Attraversò le sette valli e salì le novantanove montagne.
Piovve e venne il sole, poi piovve e venne ancora il sole. Poi il vento, il sole e la pioggia. E ogni volta che il clima mutava il vcchio, circondato da eteree ninfe danzanti, benediceva il creato, il vento, il sole e la pioggia.
Dopo centocinquanta milioni di anni il vecchio giunse in un’arida landa pervasa da esalazioni letali e puzzolenti. Solo un cactus resisteva al centro della pianura desolata.
Il vecchio si avvicinò alla pianta e cominciò a parlare:
- Italia! Ti parlo e mi rimani indifferente. Chiusa in te stessa e incentrata sui tuoi lenti pensieri. Che fai, Italia, non mi ascolti?
Il cactus rimase immobile pigramente.
- Un tempo eri una splendida quercia. Eri alta, solida e rigogliosa. Le tue radici afferravano il terreno saldamente, i tuoi folti rami pieni di foglie toccavano il cielo.
Il cactus continuò a ignorare il vecchio mentre dal suo millenario torpore cominciavano ad affiorare ricordi antichi.
- Adesso sei brutto, basso e spelacchiato. Le tue foglie sono rimpicciolite, corte e tozze come spine. Spine che usi per tenere lontano chiunque. Il tuo tronco si è tinto di clorofilla e di verde e, avendo le foglie rinunciato alla loro naturale funzione per farti da gendarme, svolge un lavoro non suo e raccoglie la fatica del sole.
- Ricordi, Italia, come sei scesa così in basso?
Cominciasti con l’edera che ti abbracciava la corteccia. Con la ridicola accusa di favorire l’arrampicamento di scoiattoli e altri animali, te ne sei liberata recidendola.
Poi vennero i funghi, “loschi parassiti” – così li definisti.
Quindi è stata la volte delle formiche – che ti facevano il solletico -, dei bachi dei ragni e di altre bestiole, che tutte cacciasti coi pretesti più vari.
Il cactus rimase fisso ascoltando, un brivido gli percorse le spine.
- Ma la cazzata più grande, Italia, l’hai fatta quando hai imposto alle api di spostare altrove il loro alveare. E quando questi operosi insetti volanti cominciarono a posarsi sempre meno sui tuoi fiori, fino a non tornare più, fosti addirittura tronfia e contenta, soddisfatta dall’efficacia delle tue misure di sicurezza.
Il cactus cominciò a vibrare e atremare visibilmente. Il vecchio capì di aver colto nel segno e, ripreso fiato, si preparò per l’affondo finale.
- Italia! Ricordi quando, ormai sterile e senza frutti, quella gelata di fine inverno decimò i tuoi ancora deboli germogli?
Le poche foglie scampate non riuscirono a produrre energia sufficiente, sicché i rami superiori decisero di tenerla tutta per sé, “per favorire la crescita: conviene a tutti”, dicevano. I rami inferiori non riuscirono neanche ad autosostenersi, tanto erano poche le loro foglie, e vissero la tragedia della recessione e della stagflazione.
Ma chi ne soffrì di più furono le tue radici, costrette a ridursi, ad amputare interi settori per l’assenza di alimentazione, dimenticando le antiche profondità. I rami superiori le accusavano di essere improduttive, e poi – dicevano – ci fate impressione con il vostro strisciare sotto la terra. Fate un lavoro sporco.
Il cactus finalmente ricordò. Ricordò come le radici rifiutarono di cedere linfa ai rami superiori, di come il tronco si ritirò raggrinzito, anno dopo anno. Di come le foglie, per protesta contro tronco e radici, smisero di fotosintetizzare, chiudendosi come spine. Ricordò, infine, l’estremo atto di sopravvivenza quando, con incredibile forza di volontà il tronco si tinse del verde perduto dalle foglie e riuscì a interrompere la spirale decadente.
Ma romai era un cactus. E tutto intorno il deserto.
Il vecchio fece per avvicinarsi, tentando di consolare la pianta grassa in lacrime. Ma propriomentre stava per aver luogo il primo contatto dopo milioni di anni, la vecchia pianta rugosa, forse per un riflesso condizionato, lo punse malamente.
- Peccato Italia. Pensavo che avresti imparato. Niente posso più fare per te: sei solo un inutile cactus.
Una cupa e gelata consapevolezza di eterna solitudine e miseria pervase lo sterile cactus.
Il vecchio tornò sui suoi passi senza voltarsi.
Alle quattro e mezza in punto il vecchio sorprese alle spalle l’autista sudato, calzò i sandali prima sfilati e, adagiandosi sul divano posteriore dell’auto, invitò l’autista a partire.
Il Vecchiolunedì 23 giugno 2008
Visione della Montagna
Tempo che il Vecchio aveva attraversato più di ogni altro. Nelle sue infinite vite aveva visto cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
Aveva assistito alla distruzione delle dodici colonie di Caprica e al lungo viaggio verso la Terra, Tredicesima casa di quella specie, frutto del meticciato e dell'ibridazione più estreme.
Era stato tra i Jedi a combattere le forze del male imperiali e si era fatto prendere dal lato oscuro della forza.
Aveva visto l'ascesa e la caduta di Trantor e aveva seguito la Fondazione dall'altro lato della Galassia.
Purtroppo, il vecchio sembrava perseguitato da una grave e sfigatissima sindrome: quella della mancata occasione. Una sorta di parallelismo assente, una forza imprecisa che lo portava immancabilmente a trovarsi nel tempo giusto ma nel luogo sbagliato o nel luogo giusto ma sbagliando il tempo.
Era stato - ad esempio - compagno di scuola di Alessandro, prima che questi diventasse Magno e - per giunta! - durante l'anno sabbatico di Aristotele.
Cartaginese nelle Guerre Puniche, Gallo negli anni di Cesare, Romano nel corso delle invasioni barbariche.
La storia si svolgeva sempre da un'altra parte e, quando lo sfiorava, lo trovavava immancabilmente tra i ranghi dei perdenti.
L'esperienza portò però il Vecchio ad affinare le sue capacità di prevedere gli eventi.
Nel tempo, nell'eternità a sua disposizione, era riuscito ad arginare la Sindrome della Mancata Occasione. Prevedere il futuro divenne così il suo modo per limitare i danni della sua grandissima sfiga.
All'inizio le sue visioni erano ancora molto imprecise. Lo portarono a Gerusalemme quando ormai il Nazzareno era stato tumulato, e se ne andò poco prima che risorgesse.
Negli anni in cui Colombo scopriva l'America, il Vecchio era sulle orme di Marco Polo. Quando si trasferì alla corte di Spagna, il dominio dei mari era ormai saldamente in mano agli inglesi.
Era in Francia durante la Guerra d'Indipendenza Americana e la Rivoluzione Francese lo sorprese in America.
Conobbe Napoleone quando soggiornava all'isola di Sant'Elena.
Ma - dicevamo - nel tempo il Vecchio affinò le sue visioni, sbagliando sempre meno: di pochi lustri, poi di pochi anni, poi di pochi mesi; di poche leghe, poi di poche miglia, poi di pochi stadi.
Oggi il Vecchio ha raggiunto una grande precisione nelle proprie visioni. Per questo ritiene sia giunto maturo il momento di istituire i Discorsi della Visione della Montagna.
Discorso della Visione della Montagna
"Ho visto un grande cambiamento nella società e nella politica italiana.
Le idee e i movimenti ottocenteschi sono finiti. E non risorgeranno.
La Sinistra è ridotta a un ruolo di marginale testimonianza. Prima è caduta la sinistra radicale, ora cadrà quella riformista.
Berlusconi e le forze che lo sostengono governeranno a lungo. Per molti anni.
Il Partito Democratico si indebolirà sempre più. Perderà pezzi, fino a dissolversi, in parte assorbito dallo stesso berlusconismo, in parte ridotto a marginalità e testimonianza per la sua incapacità di indicare alternative.
Il quadro politico sarà quasi interamente occupato dalle forze berlusconiane, tolta una piccola parte - che solo materialmente occuperà i banchi parlamentari del lato sinistro ma che con la Sinistra non ha nulla a che fare - . Una parte irriducibilmente resistente da posizioni legaliste, moraliste, rancorose e giustizialiste. Questa forza, composta da personaggi come Di Pietro, Grillo e Travaglio, rarà l'unica alternativa al berlusconismo, tuttavia condannata ad essere minoranza.
L'intero arco parlamentare si articolerà su coordinate affatto diverse da quelle cui voi, umili mortali, siete abituati. Parafrasando un vostro predecessore, io vi dico che la Destra sarà quella parte politica che, abolendo tutte le altre parti politiche, annullerà anche se stessa in quanto parte politica. Essa sarà il tutto. Non una parte ma il tutto.
Nuove divisioni sorgeranno dalle contraddizioni interne a questa Destra e voi, umili mortali - magari di sinistra - finirete a dover scegliere se schierarvi con il localismo della Lega o con il nazionalismo degli altri, o se ritirarvi nell'indifferenza.
Fate infine attenzione, io vi dico, a mimetizzarvi, a non apparire troppo diversi.
Perché oggi vengono per gli Zingari, domani ancora non sappiamo."
Terminato il discorso, il Vecchio si gira e torna per l'ennesima volta sui suoi passi.
Il Vecchio
